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Touché!

RomaOggi ospitiamo l’articolo di Daniele Romeo, Istruttore presso Accademia Romana d’Armi, che ci parlerà di quanto la scherma influenzi la nostra… lingua quotidiana. Continuate a seguire Occhipertiblog e le imperdibili Interviste!

Oggi preferiamo non pensarci, ma l’Europa è stata terra di scontri per secoli interi; il combattimento era parte integrante della società (che si trattasse di guerra, autodifesa, duello giuridico o duello d’onore). Questa realtà è oggi (fortunatamente) lontana, ma non deve meravigliare che abbia lasciato delle tracce.

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Spada a due mani (foto di Alessandra Monti)

Una traccia è rimasta, ad esempio, in alcuni modi di dire che hanno utilizzato la scherma come metafora: “Touché!” (sì, quel commento ha proprio colto nel segno); è forse il modo di dire più famoso, e quello maggiormente collegato alla scherma. Veniva utilizzato dai maestri francesi per indicare di essere stati “toccati” correttamente dall’arma dell’allievo; definizione che appartiene dunque più alle sale di scherma, che alla pratica reale del duello.

Una discussione “in punta di spada” o “in punta di fioretto” è accorta, complessa e raffinata: così come lo scontro tra due tiratori, quando la loro distanza era tale che le loro armi si toccavano solo in punta.

Al contrario, “arrivate ai ferri corti” con qualcuno e… una certa diatriba esploderà in tutta la sua drammaticità! Storicamente, questo accadeva quando il combattimento si faceva talmente acceso e pericoloso che i due contendenti si venivano a trovare molto vicini, tanto da poter utilizzare come armi d’offesa i “ferri corti”, ovvero pugnali e daghe (spesso utilizzati assieme alla spada come armi difensive)

“Traccheggiare” in una discussione significa cercare di non agire, prendere tempo, ed in effetti il “traccheggio” schermistico era formato da una serie di piccole azioni non offensive, da distanza di sicurezza, atte non ad ingaggiare l’avversario ma a studiarlo e prendere tempo.

scherma foto di Silvia Tomassetti
Spada e pugnale (foto di Silvia Tomassetti)

E a proposito di tempo, “chi ha tempo non aspetti tempo!” può dire il maestro all’allievo svogliato: forse questo è il detto più tecnico ed interessante. Francesco Antonio Mattei, esponente della Scuola Romano-Napolitana nel 1600, ce ne dà la versione completa, che recita: “chi ha tempo non aspetti tempo, perché chi perde tempo più tempo non avrà”. Di quale “tempo” parla il Maestro? Di quello Schermistico ovviamente, ovvero dell’istante di tempo in cui poter portare con successo un’azione offensiva (utilizzato anche con l’accezione di “colpo”, dicendo “tirare un Tempo all’avversario”). E dunque: “chi ha la possibilità di tirare un Tempo, non deve sprecarla, perché se si perde quell’opportunità, potrebbe non averne più un’altra”: un invito ad agire nel momento giusto e senza esitazioni, appena si presenta l’occasione propizia.

Tempus Fugit, dicevano i latini.

Articolo di: Daniele Romeo – Istruttore presso Accademia Romana d’Armi

Scritto e pubblicato il: 28.02.2016

Foto di copertina di: Alessandra Monti