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L’Erasmus che non ti aspetti

NB. articolo scritto nel gennaio 2015

Sei mesi fa non avrei mai creduto di poter vivere questo giorno fortunato. Invece eccomi qui: domani partirò per sei mesi di Erasmus a Parigi. Sarà il viaggio più formativo che abbia mai fatto e la permanenza più lunga lontano da casa. Mi sento felice e fiduciosa nel futuro. Ma cosa significa in pratica?

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Pronto da mangiare (e da studiare)

Pannoso Chocolat viennois in “La Patisserie viennoise”, la graziosa e minuscola sala da tè/pasticceria a rue de l’Ecole-de-Médecine 8, presso Place St. Michel. A Parigi i pasticcini e i dolci sono indicati come “vienneserie”. Se vuoi la panna, chiedi la crème non la panne come invece ho fatto io! (prezzo medio sui 5 euro). Per un caffè macchiato ordina un petit crème, per un cappuccino un grand crème 😉
ps. L’espressione être chocolat significa “rimanere con un palmo di naso”
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L’altro giorno stavo preparando il pranzo ma, apparecchiando la tavola, mi sono accorta di una mancanza importante. Così ho preso una deliziosa baguette nella boulangerie sotto casa. Ho scelto fra diversi tipi di mollica (c’è voluto un po’ per capire che “mie dolce” e “mezza mie” fosse la mollica); ma fila facendo il mio occhio spaziava dietro la vetrina… fermandosi sulla Galette des rois, il dolce dei re che i parigini si mangiano nel periodo di Natale e nell’Epifania (siamo a febbraio ma va bene lo stesso): i rois sarebbero proprio i Re Magi.

(continua dopo la foto)

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Tradizionalmente si decora la torta con una corona. Mangiandola si trova nascosta all’interno una statuina, e chi la trova è considerato… il re della giornata. Quando a tavola ho tagliato la torta, la statuina ha fatto capolino fra due fette, quindi potrei considerarla para e patta per tutti!

Sarà perché mi ci soffermo ogni volta dieci secondi, sarà perché è una sfiziosa brasserie (il tipico locale con i tavolini nel dehors): la foto qui sotto mostra ciò che vedo nel tragitto quotidiano verso l’università. A proposito di università, ecco una curiosa differenza: nella facoltà parigina che frequento i corsi cadono una volta alla settimana, mentre a Roma ce ne sono tutti i giorni! Per esempio, il lunedì ho una lezione di 3 ore, e poi arrivederci professore a lunedì prossimo. Al contrario, a Roma ogni lezione dura un’ora e mezzo, ma 3-4 volte/settimana.

(continua dopo la foto)

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Una cosa che mi ha colpita è che i miei colleghi prendono (tutti) appunti con il pc. In aula c’è una media di 100 studenti, e sono la sola (giuro: la sola) che prende nota con carta e penna. Le parole del professore sono accompagnate dal ticchettio della tastiera di 1000 dita che battono. “Ma cosa staranno scrivendo” mi sono chiesta… spiando la pagina word di quelli che siedono davanti, noto che ricopiano tutto quello che dice l’insegnante, anche se si tratta della dichiarazione dei baci perugina! Ammetto che, pur riuscendo a prendere appunti in francese, naturalmente diverse parole mi sfuggono: a questo punto mi sporgo da un lato e “adocchio” gli appunti del mio collega (metodo collaudato che ben funziona). All’insaputa del collega ovviamente ^^

In generale, anche se ci lamentiamo della scuola/università italiana, potrei dire che nonostante tutto la nostra è di livello ottimo; nella mia esperienza ho notato che la scuola italiana è generalmente la più formativa; purtroppo l’estero ci batte per superiorità tecnologica e organizzativa.

20150122_161921 facendo mente locale nella caffetteria dell’università 🙂

 Articolo di: Alice Palombarani

Scritto e pubblicato il: 11 febbraio 2015

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Erasmus a Parigi? First 5 days!

“Vado in erasmus vado in erasmus”… ma cos’è questo benedetto erasmus? Ecco un vademecum dei “first five days” che sfaterà i vostri miti, getterà luce su cose non sospette e vi indicherà i must da fare/vedere/assaggiare a Parigi!

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pista di pattinaggio davanti al municipio

Giorno 1

Arrivo emozionata all’aeroporto Orly di Parigi, e subito vedo gli schermi che dicono: “Vigipirate – attention attentate” e la quantità di guardie munite di mitra. Poi guardo la folla sospettosa di neri e arabi, ce ne sono tanti, e dopo un secondo mi accorgo del meccanismo mentale che scatta dopo un attentato. L’importante è rendersene conto. Uscita dall’aeroporto, prendo un pullman verso la casa affittata; lì mi aspetta la mia coinquilina. Qualche sedile più indietro siede una coppia di ragazzi napoletani. Sento per un po’ la loro mitica conversazione: “Andò sta ‘a turreiffella?” “Eccola là” “L’avevo pensata più grossa nel sotto” “Invece vedi è abbastanza shnella”. Scendo alla mia fermata: piove che la mandano. Ombrello storto. Trolley da Arco di Trionfo a metro, giù col trolley, su col trolley, ferma col trolley. Panino parigino (baguette prosciutto e formaggio). Arrivo a destinazione. La proprietaria dell’appartamento è una signora italiana sulla sessantina, trafelata e dallo spirito pratico. Seguiamo i suoi leggings leopardati attraverso il portone; l’appartamento è al sesto piano CON ascensore (che fa la differenza)…ma CHE ascensore?! Per un attimo, in me fa capolino un senso di claustrofobia: entrano giuste giuste due persone e una valigia, a patto che si diano le spalle e che una si curvi da un lato. Mentre saliamo quell’empire state building, ronzano in testa previsioni catastrofiche: con quale probabilità quel montacarichi potrebbe arrestarsi fra due piani guardando il cemento? Data la prima occhiata a casa, mi sento sollevata: 1) la casa esiste veramente, 2) è situata in un quartiere tranquillo e munito di tutti i servizi e negozi, 3) è ben collegata con il resto della città. Parigi è divisa in quartieri (gli arrondissements) ognuno dei quali gode di una fama positiva o meno, che viene loro attribuita in misura variabile. Ricordo che in Italia mi sconsigliarono i quartieri nord, gli stessi che i parigini trovano perfettamente agibili! Per il primo giorno il mio consiglio è: guardate bene la casa e sistemate i vostri oggetti, controllate ci sia tutto e fate la spesa!!

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Giorno 2

Adesso che sono entrata in confidenza con la casa, posso permettermi di uscire. La primissima cosa a cui penso: “Mamma che freddo” infatti il clima è glaciale e la mattina i tetti sono coperti da uno strato di nevischio (il meteo l’annuncia già da qualche giorno). La mattina indosso ben tre strati di vestiti di lana + un piumino + un giaccone imbottito ma…l’effetto gelo rimane. Ecco cosa posso fare: un bel giro a Notre Dame (“ma quando tolgono quell’albero di Natale?”) e poi giù per il Marais – il quartiere storico ebraico, ma anche passerella della movida. Guardo alcune vetrine, e alcuni militari guardano me. La folla mi trascina ma cerco di non perdere l’orientamento; seguendo la marea approdo da Pierre Hermes, un luogo di culto per i golosi. Sto parlando dei macarons: dolcetti dalla forma a sandwich con crema o marmellata racchiuse fra due sottilissimi gusci di albume, con meringa e sale. I gusti sono innumerevoli e persino un po’ arditi (oltre a santuario è anche una “gioielleria”: ognuno di quei piccoli tesori costa la bellezza di 2,50 euro). Vale la pena assaggiarne comunque un paio proprio lì (si trovano anche in Italia ma sarebbe come mangiare pizza a Parigi: ogni cosa a suo posto no?). Tornata a casa, penso alle cose da sbrigare, mansioni a cui l’erasmus deve abituarsi: lavare, faire les menages, cucinare, comprare i viveri…e quando mi accascio sul letto alle 21 non ho più energia. Solo un pensiero ha ancora la forza di affiorare in superficie: étudier

20150117_175533 la casa più antica di Parigi è a via François Miron (St.Paul): accanto alla via dei negozi, questo angolo di storia!

Giorno 3

…che in realtà sarebbe il motivo per cui mi trovo qui. La mia università (volendo amerikanamente campus) ha fissato per oggi la giornata di accoglienza. Mi batte il cuore e le viscere si contorcono; tante domande si affollano nella mente. Devo andare per priorità: in primis cerco di raggiungere il campus universitario. Posso scegliere come: o prendo un autobus che passa ogni cinque minuti veri, oppure vado con la bicicletta Velib’ (il sistema di bikesharing parigino). Molti abitanti usano la bici e la prima mezz’ora è gratis! Lungo la strada sfrecciano anche uomini in giacca e donne in tailleur: girare con il monopattino è considerato cool!

Arrivo in facoltà e mostro la mia carta studente munita di foto: è necessaria per superare la sicurezza (severa) all’ingresso; entro nell’aula dedicata agli erasmus e la coordinatrice mi consegna una busta con documenti e gadget dell’università: una spilletta, una matita. In segreteria vendono anche gli orsacchiotti con la maglietta del campus. “Mi sento già una studentessa di qui” penso “loro sì che sanno creare appartenenza”. Dentro il plico c’è tutto ciò che risponde alle mie domande. Mi spiegano che potrò fare massimo tre assenze per poter effettuare gli esami, e che in caso di assenza un medico dovrà firmare una giustificazione (“come lo trovo un medico qui?”). Ammetto che il primissimo impatto può essere spaesante. Adesso è il momento di conoscere gli altri erasmus: una prospettiva mitologica che pregustavo già da Roma…ecco Thy una coreana, poi un ragazzo dal Quebec, una ungherese e Aleksandra di Cracovia, due studenti di Washington DC (lui è del Tennessee e lei di New York) e una manciata di altri ragazzi amerikani, e anche una ragazza di Brescia. Vorrei aprire una piccola parentesi: ho conosciuto tutti, parlato con tutti in inglese/francese (“Di dove sei? Cosa studi? Esiste un dolce simile alla gallette nel tuo paese?”), ho spiegato come è la vera pizza (ehmehm), ci siamo scambiati i numeri, ho parlato con i due di Washington della serie House of Cards… eppure una strana interazione con la tipa di Brescia, del tipo:

– “Da dove vieni?” fa lei

– “Roma” rispondo

– “Ah…”

Segue un’intensa squadratura con tanto di occhi a fessura (stile film western), quindi un misero scambio di formalità (che ometto volentieri), infine la sento sussurrare: “Lei è di Roma, è una del sud” con tale schifo che non ci siamo più rivolte la parola. A questo punto mi domando: possibile che io possa fare amicizia con un ragazzo dei Grandi Laghi americani, ma che i pregiudizi della ragazza bresciana siano così grandi? Una sola parola come risposta, che in francese è femminile ma significa la stessa cosa: la limite

In seguito creiamo un gruppo facebook in cui organizzarci per uscire tutti assieme. A proposito! Dovrei passare al negozio Bouygues (è possibile pronunciarlo in tutti i modi, ma il modo corretto è: buig) per acquistare la sim francese!

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I magazzini Lafayette: l’apoteosi dello shopping. Da capogiro!

Giorno 4

Oggi devo sbrigare un mucchio di pratiche, e capire come funzionano i corsi. Mangiare, lavarmi, dormire, andare in facoltà, capire, farmi capire, fare la spesa, organizzarmi. “Una cosa alla volta” dico a me stessa “Inizia con le priorità e tutto verrà da sé”. Capisco la reale importanza di carboidrati e grassi, delle banane e del muesli, e il valore dei soldi. Mi mancano casa e amici, non posso sfogarmi con le persone qui (al massimo condividere le sensazioni in francese). Questa sì è una cosa che un erasmus dovrebbe sapere: il viaggio non è solo divertimento e scoperta; le difficoltà non sono unicamente nel fare i documenti; talvolta scopro momenti più amari, in cui ci si sente soli e scoraggiati. Ma poi penso: “Resta con i piedi per terra, immagina come si sente il tuo collega coreano!”. Mi spingo sempre più avanti per le vie. E’ il momento di scoprire le proprie capacità. E’ il momento di fare uno squillo a mia madre e ai miei amici.20150124_114913

le tipiche madeleine (proustiane, per fare la citazione colta)

Giorno 5

Per fortuna è domenica, e nel settimo giorno posso riposarmi. Questa mattina ho portato i panni in una lavanderia a gettoni, come in un film americano: “Adesso entra un bel ragazzo in jeans come nella pubblicità” pensavo nell’attesa davanti a un’enorme lavatrice. Poi ho acceso il pc e ho cominciato a scrivere questi “top five”. Nel pomeriggio consiglio di raggiungere Montmartre con la cremagliera, che offre un bel panorama della città (è un “Gianicolo” parigino), per osservare la chiesa del Sacro Cuore (giusto da fuori, basta e avanza!). Passeggiando per le stradine si può vedere la street art, e consiglio una sosta al locale ottocentesco “Le progres” in tipico stile decadente, per sorseggiare una “chocolat viennoise”. Decido di scendere verso Pigalle e il Moulin Rouge, un quartiere tortuoso e acciottolato dove spuntano le insegne di cinema e teatri. Vorrei entrare in ogni luogo che incontro, in ogni strada! Il freddo mi punge le mani. Mi sento fiduciosa. Ed è solo l’inizio.

IMG_7115 il Sacro Cuore domina Parigi dall’alto
IMG_7146 romantica sosta a Montmartre (rue des trois-freres)

Articolo di: Alice Palombarani

Scritto e pubblicato il: 28.01.2015

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